Stato: participio passato invano

Tanto tuonò che piovve. Merda, come al solito.

Dopo il brutale duplice omicidio a Torpignattara a Roma di un padre e di una bambina (tralasciamo di dirne la nazionalità, almeno noi: ammesso che importi davvero), l’ennesimo episodio di violenza nella Capitale -nella quale, va detto, in certi bar trovi i poster dei protagonisti di “Romanzo Criminale” a momenti con le dediche delle controparti reali dell’ex-Banda della Magliana: a ognuno i suoi eroi- riecco, finalmente, le istituzioni e il prontuario di dichiarazioni scongelate per l’occasione.

Tralasciando il “Fermate le belve!”, pronunciato ormai da mesi come un mantra dal Comandate in Capo Alehmann manco fossimo al circo, e la solita demagogia evocata lì in fondo a Sinistra (neanche il privilegio di stare sul lato opposto, dove c’è il cesso), che rievoca i fasti e lo splendore di Roma come se dopo la calata dei barbari fosse mai stata una città civile, da segnalare con il pennarello, rigorosamente ‘nero’, le dichiarazioni del neo-ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, che parla di “Stato presente. E lo dimostrerà”.

E infatti: oggi quartieri ‘a rischio’ presi militarmente d’assedio, perquisizioni a tappeto in appartamenti e negli ambienti legati ai tossicodipendenti e, soprattutto, il vago sentore che per questa gente bastino delle parate militari e qualche divisa anti-sommossa per dare un vago senso di sicurezza al popolo bue.

Che si prendano piuttosto ripetizioni dal regime di Pechino, che peraltro ha stigmatizzato subito l’incidente tramite la propria ambasciata (“Sollecitiamo la parte italiana perché prenda misure idonee a tutelare la sicurezza personale e patrimoniale dei cittadini cinesi in Italia”: sic!), che sa ancora cosa significhi far sentire i propri cittadini felici, cornuti e mazziati. Ma felici.

‘Svolta anti-democratica’, ‘Regime illiberale’, ‘Stato di Polizia’: non ascoltate i sepolcri imbiancati che vi propinano certe idee, e lasciate questi complimenti a chi, come Hu Jintao, se li guadagna lavorando sodo da anni. Del popolo italiano, un giorno, si dirà che non è Stato nemmeno questo.

IRQ

Fede-ralismo

Preceduta dalle immortali note di Indiana Jones e animata da un codazzo di anime pure, che hanno sfidato le insidie del viaggio dalla civile Longobardia per addentrarsi nel periglioso territorio oggi in mano ai Galli, si apprende ora che, nei giorni scorsi, una delegazione di Cavalieri Templari Padani ha fatto scalo a Lourdes.

Motivo? Chiedere ufficialmente alla Madonna del luogo un sostegno spirituale alla causa leghista, oltre che il riconoscimento del Regno ancor oggi troppo vessato dal giogo della Capitale Romana, in mano, secondo i valorosi che compirono l’impresa, a Satana e i suoi gaglioffi.

La notizia, diffusa dal “Fatto Quotidiano”, e già nei giorni scorsi in rete grazie alla diffusione della registrazione delle parole del leghista Andrea Rognoni, in diretta su Radio Padania, conferma finalmente, e senza tema alcuno di smentita, le tendenze federaliste della madre dei militanti verdi ed, en passant, anche di Dio e di noi tutti. “Maria non guarda solo gli Stati-nazione -spiega con linguaggio da Metternich, il Rognoni- ma il suo sguardo pietoso è sempre rivolto verso la Padania”.

Al termine della diretta c’è spazio anche per una sana lezione di cosmopolitismo religioso, quando un’ascoltatrice, la Sara, riduce alle lagrime Rognoni con il suo intervento che ricorda come la Madonna sia apparsa in passato a dei poveri pastorelli, già favellando in bergamasco antico e financo in veneto. Il cavalier Rognoni, mosso a commozione, non può far altro che congedare tutti con un “santo saluto” e tornare alla sua perigliosa missione.

Si sfiora solo l’incidente diplomatico quando ancora il Rognoni, precisa -evidentemente per eccesso di padano zelo- che il congedo e l’affettuoso impegno per la nobil causa li manda dal santuario “di Lourdes, anzi no. Come è conosciuto nel dialetto guascone occitano, e rigorosamente pronunciato con accento ligure, dal santuario della Lorda”.

La messa è finita, andate in Po’.

IRQ

Fratello verdolino

Compie oggi 100 anni il “Guerin Sportivo”, già da qualche tempo (dopo la chiusura dell’inglese “Punch”), la rivista di calcio più antica del mondo. Al di là delle celebrazioni di rito e dell’affetto dei fedeli (tra i quali chi scrive), che i professoroni dei social e coloro che pensano basti YouTube e un po’ di sana spocchia virtuale per saperne di qualcosa o fingere di, e tenendo presenti le sempre puntuali riflessioni che oggi Stefano Olivari fa sul blog (leggi qui), è bello sapere che qualcosa rimane.

Attenzione: per me sapere che “il Manifesto” è ancora in edicola rassicura, come un baluardo dei tempi che furono. Ma, come nel caso del quotidiano comunista, la dura realtà ha il sopravvento e le paventate ipotesi di staccare la spina non devono annebbiare la facoltà critica o la paura di perdere una voce comunque alternativa nel panorama italiano. Per fortuna, per il ‘verdolino’, è diverso. Sapere che c’è ancora è una gioia. Ma più bello è sapere che ce l’ha fatta da solo e che non continua a vivere giusto per onor di firma, ha saputo adattarsi ai tempi, usando sempre lo stesso trucco: anticipandoli. Ne sono diventato un lettore solo nel 2000, ma non ho più smesso, nemmeno quando c’è stato il doloroso passaggio da settimanale a mensile. 

Lo ammetto, ci sono rimasto male, pur avendo avuto sempre fiducia nell’attuale direttore, Matteo Marani, perché, in fondo, al posto di quattro riviste al mese in casa, ne avrei avuta solo una (con immensa gioia di mia madre): ma come si fa a non preferire quattro baci al giorno della propria fidanzata a uno solo? E il (mezzo)cambio del nome? “GS” sa tanto di “GQ” e profuma di quelle riviste che puntano molto su slogan e brand che lasciano spazio alla patina e alle sigle vuote. Al di là delle opinioni personali, però, la scelta ha segnato la salvezza del Guerino, in un periodo difficile per l’editoria e con tante pubblicazioni che cadono come mosche.

Alla strafaccia di quelli che mi (finto)compativano, quasi puntuti e contenti che avessi perso il mio riferimento fisso del martedì, dicendo: “E ora che leggerai?”. Sono gli stessi che oggi ancora non leggono il Guerin -a loro basta Facebook e qualche bignami-nkiata online per fare gli esperti e dire che conoscono Vargas del Napoli e che Casemiro è già da Europa e che sì io ‘seguo’ questo giocatore della Eredivisie dopo aver visto 3 secondi e mezzo di video su YouTube)- e non capiscono e mai capiranno quanto sia importante, da ragazzo, avere un’educazione sentimentale come quella del mio amico settimanale, nato il 4 gennaio 1912.

Il Guerin, tra alti e bassi, guarda al futuro. Ma per davvero. Perché puoi anche delegare al web parte dei contenuti (perché fare la corsa sulla cronaca e l’attualità quando oramai c’è la fuffa 24h/24 di Sky che detta legge e definisce l’agenda setting di interviste, priorità e anche di interi campionati, con la geniale trovata non di cercare sempre nuovi contenuti e spunti di cui parlare ma semplicemente, rispetto al passato, aver capito che bastava non mette mai su ‘off’ il tasto della videocamera e continuare a riprendere, all’infinito, per raggiungere la divina aspirazione di sapere tutto e poi, però, nell’epoca della riproducibilità tecnica di tutto, non essere più capaci di ricordare più una mazza?) ma conservare ancora un’anima sulla carta. Che è finita e caduca, come i destini umani: ma quell’intrinseca imperfezione ha ancora in sé lo spirito del giornale e dell’editoria dei tempi che furono.

Il sito/blog del Guerino (http://blog.guerinsportivo.it/), lanciato alcuni mesi fa, è ancora un’oasi a parte, dove bene o male ancora si discute civilmente e il tempo, se non si ferma, quantomeno smette di guardare a sé stesso: una community come poche altre, pacata nei toni e ‘indie’ grazie alle storie che i diversi Cordolcini, Olivari, De Benedetti, Gotta propongono -non c’è la foto dell’ultimo tatuaggio di Boateng o il culo della Satta- oltre che poco di quell’ostentazione onanistica tipica dei social network. Soprattutto, voglia di condividere qualcosa che è di tutti, e assieme, di nessuno. Quindi da proteggere ancora più gelosamente.

Chi vaticinava la fine, sia tra i ‘profani’ che tra gli ex-lettori, ha fatto male i conti. Magari la storia del Guerin un giorno avrà, come tutte le cose, una fine (che si spera il più lontana possibile), ma l’idea di quella storia difficilmente morirà. Soprattutto se resisti e sopravvivi a tre fasi della storia del giornalismo del ‘900 e ai tanti switch-off che il passaggio da un medium all’altro, da una piattaforma all’altra, da un account al successivo, si sono succeduti.

Non sappiamo quale sarà il futuro del Guerriero, ma guardare a quello, almeno per la rivista di Matteo Marani, sarà forse meno pauroso che per altri: con una schiera di lettori tra i più competenti e intelligenti d’Italia (è un circolo virtuoso con la rivista: non sapresti dire che migliora chi) e il piacevole fardello di un passato, senza sfociare nell’agiografia o nei ‘caressismi’ di maniera, glorioso.

Il Guerin è già nel futuro. Lo è sempre stato. Come alla vigilia dei Mondiali del 1982, una delle poche voci che credette sin dall’inizio alla spedizione di Bearzot & co. tra lo scetticismo generale, salvo poi vedere salire sul carro del vincitore tante belle facce di tolla. Indignazione o sdegno? Macché. Giusto la soddisfazione di una salace onestà intellettuale che ancora oggi è la bandiera. Non a caso, tanto per ricordare uno scrittore di cui a novembre cadeva il quarantennale della scomparsa, vi ha scritto un certo Luciano Bianciardi.

O, per tornare a tempi recenti, tra i vari editto-riali livorosi e prevenuti all’arrivo in Italia di Mourinho (non cambiati di una virgola nemmeno dopo che il portoghese ha lasciato l’Italia carico di rivincite, ‘tituli’ e scalpi, pardon, penne di illustri Soloni), ricordo ancora una copertina estiva (era il 2008) del Guerin Sportivo, allora ancora settimanale, che se ne fregava dello scetticismo dilagante verso lo ‘Special One’ e, con la copertina che riportiamo qui in calce, anticipava, con uno dei suoi proverbiali titoli, ciò che sarebbe successo da lì a meno di due anni, nel maggio 2010.

Di cento ne ho vissuti solo una decina, ma intensi. Sarà anche un caso, ma ci sei stato tu in quelli più importanti della mia vita.

Auguri, fratello mio.

IRQ

Bersani di mente

No. Non è scomparso e, anche se il passare da opposizione a maggioranza ha finito per oscurarlo ancora di più, Pier Luigi Bersani è vivo e lotta con noi.

[explicit lyrics: voi che ancora credete all’italian way Democratica, smettete immediatamente di leggere e tornate a fare la vostra durissima rivoluzione tramite i tag di Facebook. Per i puri e duri di cuore, sappiate invece che il ticket per i travasi di bile lo Stato non ve lo passa]

Il leader della ‘Balena Bianca’ del Terzo Millennio (il primo che dice che questa è la principale forza di sinistra in Italia lo si manda per direttissima ad azionare manualmente l’astronave di Ferrara che, a fatica, ruota alle 20.30 nelle case degli italiani di buona volontà ma scarsa voglia), torna alla politica pane&salame, mette da parte le balorde strategie del suo Pravda - Comunicazione e le bouta(na)de da social network e verga di propria mano una lettera al direttore di ‘Repubblica’, Ezio Mauro, proponendo l’Agenda per le Riforme.

Letto? Bene. Non letto? Tanto meglio. Cosa c’è di scandaloso e/o innovativo?

Esatto.

Nulla. Il vuoto più pneumatico, l’aria fritta più volte nello stesso olio. Spazio tolto a Bartezzaghi e a qualche sana riga di umorismo nonsense. Tre i punti su cui si articola la missiva di Bersani: a) Europa e subordinarietà dell’Italia alle politiche comunitarie; b) recessione e azione di Governo; c) ruolo della politica e avvio di una nuova fase di riforme per il 2012. Belle parole, ok tutto, e anche il rivendicare per la DC del Nostro un ruolo di responsabilità nazionale che, primus inter pares, avrebbe favorito la transizione verso il Governo Monti e salvato dalla barbarie dell’anti-politica.

Ecco, il punto è questo: leggi di ‘progressisti’ (ma chi?) e ‘piattaforma comune che ci accomunerà agli altri europei’, di ‘prospettive’ e ‘nuove generazioni’ (di grazia: in quale fasce d’età sarebbero comprese, prima che marciscano e scadano tra un Governo e l’altro?), di ‘speranza, partecipazione, corresponsabilità’ e capisci, anche solo dal linguaggio stantio, che, pure quello che all’epoca è stato un valente Ministro per lo Sviluppo Economico e certo uno che parla con cognizione di causa di mercato del lavoro e liberalizzazioni, ha deciso a priori già una cosa. La solita.

Ossia: quietatevi, conciliatevi, coesionatevi, fidatevi, resistetevi, tassatevi e nel dubbio tesseratevi, ché tanto ci pensa la politica del futuro, sempre col Manuale Cencelli e le beghe per le nomine dei Sottosegretari, a mettere le cose a posto. Voi non metteteci mano: si veda il referendum per la nuova legge elettorale, tutti bravi a saltare sul carro del vincitore dopo la raccolta delle firme ma nessuno ora che spinga sull’acceleratore e lasci la scelta ai cittadini, che pure hanno espresso, e chiaramente, il loro volere. E, tornando a noi, la parola d’ordine è: lasciateci fare e, se non ci riusciamo, pazienza, è colpa dell’Altro che non si è coesionato troppo con noi.

Ah, dimenticavamo la chiusa della lettera: “Il PxxxxxO Dxxxxxxxxxo ha compiuto un gesto politico, trasparente e generoso, nel sostenere questa transizione e -attenti alla perla, NdR- si predispone ad offrire agli elettori, quando sarà il momento, una proposta riformista e democratica di ricostruzione, alternativa al decennio populista”.

-“Generoso”? (trad. it.: no, le elezioni anticipate non le abbiamo ottenute)

-“Offrire agli elettori”? Il popolo bue sentitamente ringrazia e rimane zitto al suo posto.

-“Quando sarà il momento”? (leggi tra le righe: voi non lo sapete, quindi non chiedete quando) No, ma aspetta che puzzi prima il cadavere.

-“Riformista”? Con metà partito che vuole l’aborto e non sa proporre un testo decente e l’altra metà che critica l’attuale legge perché dietro ha pronta in realtà la tanto agonata porcata ‘medievale’?

-“Decennio populista”? E voi dov’eravate, se non a fare i girotondi, i caroselli e i bagni nelle fontane (l’ultimo tuffo il 12 novembre scorso) a intervalli regolari, diciamo 3-4 anni, per non aver fatto nulla?  

Caro Pierluigi, scusami il livore. E’ che mi dispiace vedere amici e colleghi che giocano a fare i radical chic, pensano di votare a sinistra e poi, all’ennesima delusione, ci rimangono sotto. Ora ti lascio, nell’ombra dove ti hanno relegato da un po’ Monti e Berlusconi e, ma sì!, pure quel simpatico bischero di Renzi, attendo i nuovi manifesti con gli slogan taroccati da quelli di Obama e le foto in maniche di camicia arrotolate, alla Fabrizio Frizzi (avessi detto), e ti auguro che qualcuno sano di mente non legga a fondo la tua illuminata chiusa.

Chissà, potrebbe riconoscersi nell’elettorato del PD e realizzare che, come la volti e come la giri, si nasce incenDario (Franceschini) ma alla fine si muore sempre democristiani.

IRC

Storia di due innamorati*

Ultimo addio, oggi, a don Luigi Verzé, nella camera ardente del “San Raffaele”, prima che il corteo partisse alla volta di Illasi, nel veronese, dove si è celebrato il rito funebre del discusso padre-Padre-padrone-manager della struttura milanese.

Alla presenza di un insolito codazzo di vip (da Renato Pozzetto a Massimo Cacciari: ad abbracciare idealmente tutta la fenomenologia possibile di italiani), fan del nostro e/o folgorati sulla via di Damasco dopo una vita di scelleratezze e altre amenità buone per “Novella 2000”, c’è stato il durissimo j’accuse di Al Bano, che ancora una volta ha difeso il il suo affetto per il sacerdote e il di lui operato.

Attacca così il leone di Cellino San Marco: “Ho letto cose vergognose sul suo conto. Ora spero avrà un po’ di quella pace che merita. Vivrà per sempre grazie alle cose che ha fatto”. Poi, stravolto dal dolore, la minaccia: “Avevo un discorso, l’emozione mi ha fregato. Ma lo ricorderò sempre col mio canto”. La breccia, in una casta apertura: “Tangenti? Era un uomo che andava oltre i problemi finanziari (e fino a qua, con un 1 miliardo di debiti accumulati, c’eravamo arrivati, NdR) senza una lira in tasca”.

Infine, il crollo del singer brindisino: “I soldi, credetemi, sono stati il suo ultimo pensiero”. Prima che passasse a miglior vita e con un’istanza di fallimento sul capo, di sicuro.

*(Storia di due innamorati / Quel poco che ho (Emi/La voce del padrone)


IRC

Napolitaner (a.k.a. come indolcire il padulo)

Concetti forti, quasi fondenti, che si sciolgono al palato -e forse un po’ meno in altri orefizi- quelli espressi ieri sera dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel tradizionale discorso di fine anno dall’Urbe per gli orbi.

Per carità, massima stima all’uomo, che si sarà anche mantecato la fava di dover mettere la faccia su tutte porcate altrui e dover ripetere, per imposizione protocollare, che tutto andrà bene ma dipende solo da voi. Roba che la morale cristiana a confronto impallidisce.

E allora, alcune barrette al cioccolato da ieri sera. Senza rancore eh, Joe:

l) Si sgombra militarmente il campo da dubbi. Poche illusioni perché “lo sforzo di risanamento del bilancio, culminato nell’ultimo, impegnativo decreto, va portato avanti con vigore. Ma i sacrifici non saranno inutili e i frutti non mancheranno”. I bookmakers scommettono già sulla forma di questi ultimi: banane.

ll) Napolitano poi affonda: “Si è ormai diffusa la convinzione che dei sacrifici siano inevitabili per tutti”. Infatti, meglio far chiarezza: qualcuno si salverà.

lll) Ricordando il suo (eh?!) passato di sinistra (ehhhh?!), non c’è però spazio per la nostalgia: “Occorre ripensare le politiche sociali. Sento molto le difficoltà di chi rischia di perdere il lavoro ma è anche vero che occorre uno slancio costruttivo nel confronto”. Tradotto: non rompete. Cavoli, ragazzi, quest’uomo una volta era comunista (per un efficace ritratto, leggere il libro di Luca Telese sull’argomento e su quelli che traghettarono lo storico PCI verso il nulla cosmico).

lV) La scure cala anche sugli atavici mali italiani: “Che ci si impegni a fondo per colpire corruzione ed evasione fiscale è fuori discussione”. Infatti, malgrado Joe, anche per quest’anno che se ne Parli in parlamento è fuori discussione. 

V) Si chiude con un messaggio distensivo, nel senso della quiescenza e della pace eterna di qualsiasi velleità di dissenso sociale: “E’ importante che l’Italia ora conti su una fase di stabilità e serenità politica” -ha continuato- e non c’è futuro per l’Italia…”.

Ma qui abbiamo spento. Ci piacciono troppo gli happy ending.

IRC

Banche tu?!

BCE nel caos. Nonostante le rassicurazioni del Governo, che al quinto parto anale ha approvato trionfalmente una manovra economica, il capo-economista tedesco Stark si dimette: oltre le dichiarazioni di facciata (“motivi personali”), molti al vertice della Banca centrale europea ormai non paiono più intenzionati a continuare ad acquistare i titoli di stato italiani. 

Che amarezza: “la mia banca è diffidente”

IRC

(O)Mino Bianco

Ecco le parole di Dario Franceschini alla morte di Mino Martinazzoli, ultimo segretario della ‘Balena Bianca’ Dc: “Un uomo coraggioso. Senza le sue scelte politiche non sarebbe mai nato il Pd”.

E te pareva: la colpa è sempre degli altri.

IRQ

quanti articoli scrivi al giorno
Anonymous

fin quando il giorno non si sazia

C’è Posta per Théos

“Santo Padre, perché Dio, se è così buono, permette che malattie come la mia colpiscano gli innocenti?” chiede un bambino malato di cancro a Papa Benedetto XVI tramite un bigliettino consegnatogli l’altro giorno durante la GMG di Madrid.

Ratzinger, dal canto suo, ha candidamente ammesso di non avere una risposta, così su due piedi. Ma ha promesso che, in privato, nei prossimi giorni gli scriverà.

A Dio, proprio. “Oh, li fai sempre più cacacazzo ultimamente”

IRQ