Compie oggi 100 anni il “Guerin Sportivo”, già da qualche tempo (dopo la chiusura dell’inglese “Punch”), la rivista di calcio più antica del mondo. Al di là delle celebrazioni di rito e dell’affetto dei fedeli (tra i quali chi scrive), che i professoroni dei social e coloro che pensano basti YouTube e un po’ di sana spocchia virtuale per saperne di qualcosa o fingere di, e tenendo presenti le sempre puntuali riflessioni che oggi Stefano Olivari fa sul blog (leggi qui), è bello sapere che qualcosa rimane.
Attenzione: per me sapere che “il Manifesto” è ancora in edicola rassicura, come un baluardo dei tempi che furono. Ma, come nel caso del quotidiano comunista, la dura realtà ha il sopravvento e le paventate ipotesi di staccare la spina non devono annebbiare la facoltà critica o la paura di perdere una voce comunque alternativa nel panorama italiano. Per fortuna, per il ‘verdolino’, è diverso. Sapere che c’è ancora è una gioia. Ma più bello è sapere che ce l’ha fatta da solo e che non continua a vivere giusto per onor di firma, ha saputo adattarsi ai tempi, usando sempre lo stesso trucco: anticipandoli. Ne sono diventato un lettore solo nel 2000, ma non ho più smesso, nemmeno quando c’è stato il doloroso passaggio da settimanale a mensile.
Lo ammetto, ci sono rimasto male, pur avendo avuto sempre fiducia nell’attuale direttore, Matteo Marani, perché, in fondo, al posto di quattro riviste al mese in casa, ne avrei avuta solo una (con immensa gioia di mia madre): ma come si fa a non preferire quattro baci al giorno della propria fidanzata a uno solo? E il (mezzo)cambio del nome? “GS” sa tanto di “GQ” e profuma di quelle riviste che puntano molto su slogan e brand che lasciano spazio alla patina e alle sigle vuote. Al di là delle opinioni personali, però, la scelta ha segnato la salvezza del Guerino, in un periodo difficile per l’editoria e con tante pubblicazioni che cadono come mosche.
Alla strafaccia di quelli che mi (finto)compativano, quasi puntuti e contenti che avessi perso il mio riferimento fisso del martedì, dicendo: “E ora che leggerai?”. Sono gli stessi che oggi ancora non leggono il Guerin -a loro basta Facebook e qualche bignami-nkiata online per fare gli esperti e dire che conoscono Vargas del Napoli e che Casemiro è già da Europa e che sì io ‘seguo’ questo giocatore della Eredivisie dopo aver visto 3 secondi e mezzo di video su YouTube)- e non capiscono e mai capiranno quanto sia importante, da ragazzo, avere un’educazione sentimentale come quella del mio amico settimanale, nato il 4 gennaio 1912.
Il Guerin, tra alti e bassi, guarda al futuro. Ma per davvero. Perché puoi anche delegare al web parte dei contenuti (perché fare la corsa sulla cronaca e l’attualità quando oramai c’è la fuffa 24h/24 di Sky che detta legge e definisce l’agenda setting di interviste, priorità e anche di interi campionati, con la geniale trovata non di cercare sempre nuovi contenuti e spunti di cui parlare ma semplicemente, rispetto al passato, aver capito che bastava non mette mai su ‘off’ il tasto della videocamera e continuare a riprendere, all’infinito, per raggiungere la divina aspirazione di sapere tutto e poi, però, nell’epoca della riproducibilità tecnica di tutto, non essere più capaci di ricordare più una mazza?) ma conservare ancora un’anima sulla carta. Che è finita e caduca, come i destini umani: ma quell’intrinseca imperfezione ha ancora in sé lo spirito del giornale e dell’editoria dei tempi che furono.
Il sito/blog del Guerino (http://blog.guerinsportivo.it/), lanciato alcuni mesi fa, è ancora un’oasi a parte, dove bene o male ancora si discute civilmente e il tempo, se non si ferma, quantomeno smette di guardare a sé stesso: una community come poche altre, pacata nei toni e ‘indie’ grazie alle storie che i diversi Cordolcini, Olivari, De Benedetti, Gotta propongono -non c’è la foto dell’ultimo tatuaggio di Boateng o il culo della Satta- oltre che poco di quell’ostentazione onanistica tipica dei social network. Soprattutto, voglia di condividere qualcosa che è di tutti, e assieme, di nessuno. Quindi da proteggere ancora più gelosamente.
Chi vaticinava la fine, sia tra i ‘profani’ che tra gli ex-lettori, ha fatto male i conti. Magari la storia del Guerin un giorno avrà, come tutte le cose, una fine (che si spera il più lontana possibile), ma l’idea di quella storia difficilmente morirà. Soprattutto se resisti e sopravvivi a tre fasi della storia del giornalismo del ‘900 e ai tanti switch-off che il passaggio da un medium all’altro, da una piattaforma all’altra, da un account al successivo, si sono succeduti.
Non sappiamo quale sarà il futuro del Guerriero, ma guardare a quello, almeno per la rivista di Matteo Marani, sarà forse meno pauroso che per altri: con una schiera di lettori tra i più competenti e intelligenti d’Italia (è un circolo virtuoso con la rivista: non sapresti dire che migliora chi) e il piacevole fardello di un passato, senza sfociare nell’agiografia o nei ‘caressismi’ di maniera, glorioso.
Il Guerin è già nel futuro. Lo è sempre stato. Come alla vigilia dei Mondiali del 1982, una delle poche voci che credette sin dall’inizio alla spedizione di Bearzot & co. tra lo scetticismo generale, salvo poi vedere salire sul carro del vincitore tante belle facce di tolla. Indignazione o sdegno? Macché. Giusto la soddisfazione di una salace onestà intellettuale che ancora oggi è la bandiera. Non a caso, tanto per ricordare uno scrittore di cui a novembre cadeva il quarantennale della scomparsa, vi ha scritto un certo Luciano Bianciardi.
O, per tornare a tempi recenti, tra i vari editto-riali livorosi e prevenuti all’arrivo in Italia di Mourinho (non cambiati di una virgola nemmeno dopo che il portoghese ha lasciato l’Italia carico di rivincite, ‘tituli’ e scalpi, pardon, penne di illustri Soloni), ricordo ancora una copertina estiva (era il 2008) del Guerin Sportivo, allora ancora settimanale, che se ne fregava dello scetticismo dilagante verso lo ‘Special One’ e, con la copertina che riportiamo qui in calce, anticipava, con uno dei suoi proverbiali titoli, ciò che sarebbe successo da lì a meno di due anni, nel maggio 2010.
Di cento ne ho vissuti solo una decina, ma intensi. Sarà anche un caso, ma ci sei stato tu in quelli più importanti della mia vita.
Auguri, fratello mio.

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